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I tre pilastri

della sfida per

sconfiggere la fame

Si è tenuta in ottobre la Giornata mondiale dell’alimentazione: si calcola che attorno al 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i 10 miliardi di persone, e le Nazioni Unite calcolano che occorrerà per sfamarle una crescita del 50% della produzione alimentare.

Come dice Antonio Cianciullo, a tale scopo “c’è chi punta tutto su una strategia settoriale: uno sviluppo delle tecnologie che, in laboratorio, offre grandi speranze perché moltiplica le rese e utilizza l’abbinata tra largo uso della chimica di sintesi e ingegneria genetica per fornire prestazioni crescenti. Questa scelta, legata a un forte aumento delle superfici irrigate, è figlia della rivoluzione cosiddetta verde che nel dopoguerra riuscì a moltiplicare il prodotto dei campi alimentando per anni l’illusione di una vittoria della tecnica a spese della natura.” D’altra parte si legge nel Sesto Global Environment Outlook (GEO-6) dell’Unep, il Programma ambiente delle Nazioni Unite che “il degrado e la desertificazione del territorio sono aumentati, con punti critici di degrado che coprono circa il 29% del territorio globale, dove risiedono circa 3,2 miliardi di persone. Investire nella prevenzione del degrado del territorio e nel ripristino dei terreni degradati ha senso a livello economico e i benefici generalmente superano di gran lunga i costi”.

E’ necessario ora prendere delle direzioni diverse, in particolare sistemi agricoli diversificati che offrano spazi crescenti all’agricoltura biologica e all’agroecologia; una dieta più equilibrata che riduce il peso della carne, perché la produzione di bestiame utilizza il 77% dei terreni agricoli; la lotta contro gli sprechi, poiché oggi si perde circa il 30% del cibo prodotto.
Cambiamenti agricoli sono strettamente connessi a cambiamenti nei consumi e dai miglioramenti nella distribuzione di cibo.



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